Tentativo di non omologazione

Ovvietà e conformismo demoliscono l’intelligenza

La retorica del declinismo secondo don tremonti e la retorica secondo De Mauro

Pubblicato da nonallineato su Giugno 15, 2009

A margine del G8 dei ministri delle finanze e dell’economia, APCom riporta le parole del ministro tremonti il quale ripete ancora che la situazione in Italia è migliore di quella di altri paesi Anzi aggiunge che si sta realizzando un accorpamento informativo di tutte le banche dati del paese per attingere ad anlsisi ed informazioni innovative rispetto a quelle possibili sinora. E questo gli consente di parlare, avendo coniato una ulteriore fantsiosa espressione di ‘retorica del declinismo’. Anzi, il ministro riporta come comprova che le cose non vanno poi socì male anche l’esito delle elezioni.

Parrebbe che c’è da consolarsi. Parrebbe. Intanto non so se il risultato elettorale certifichi per davvero una situazione ‘meno peggiore’ né so come si potrebbe scientificamente dimostrare. Poi mi piacerebbe sapere rispetto a quali paesi stiamo meglio e perchè. Le affermazioni generiche ed indimostrate, soprattutto in argomento economia e società, lasciano sempre il sospetto di demagogia. Della quale si è fatto un gigantesco uso.

Al di là di raffronti vorrei fare qualche osservazione. Già da prima della crisi, da lustri, il nostro paese ha corso con la zavorra del debito pubblico, della spesa pubblica, dell’inefficienza, della mancanza di concorrenza, dell’economia fatta di corporazioni e caste in un sistema finanziario-assicurativo inefficiente e oligopolistico. Ed infatti la crescita è stata assai modesta ed insufficiente a rientrare del debito pubblico atteso che la spesa pubblica nessuno vuole per davvero controllarla. La nostra economia era ed è più fragile di moltissime altre. Purtroppo. Ora tutto questo è noto da anni. Siccome per adesso alle viste non c’è riforma alcuna in direzione di più ‘sano’ mercato, anzi il contrario; siccome non c’è alcun progetto di cambiamento di un bel nulla ed in compenso c’è un’esplosione di debito pubblico e spesa pubblica in corrispondenza di una caduta del PIL che, pare, sarà intorno al 4/5% avremo delle poco piacevoli conseguenze. Infatti, se nulla cambia, non si vcede come né perchè il sistema Italia possa o debba crescere a ritmi superiori al periodo ante-crisi. E tenuto conto del crescere della pressione fiscale e del peggioramento nell’andamento della finanza pubblica, la zavorra e tutto il peso di ciò che ostacolava la crescita prima, rimane assolutamente intatto. Insomma sarebbe come pretendere di fare tempi da 100 metri piani su una pista attrezzata per i 110 ad ostacoli senza togliere gli ostacoli.

Ma, dice il ministro, se Eurostat (istituto europeo di statistica) certifica che in Euroa ci sono 35 milioni di Partite IVA, in Italia ce ne sono 8,5. Ed anche questo sarebbe un segnale del perchè le cose vanno meno peggio in Italia. Forse è vero che vanno meno peggio per le partite IVA. E magari aiuta il fatto che pltre il 50% dichiara meno di 10.000 €uro l’anno di reddito e che don tremonti ha addolcito gli studi di settore. Eh!!! C’è la crisi no? Ma i dati europei, italiani stanno ad indicare oltre a diseguaglianze crescenti nella distribuzione della ricchezza, che gli stipendi ed i salari italiani sono bassi, molto più bassi che altrove e non basta la riduzione dei prezzi di alcuni prodotti o alcuni servizi a compensare la perdita di potere d’acquisto. Anzi, osservando la dinamica dei prezzi, si paleserebbe che la risalita dei prezzi dei servizi in Italia è forse meno rapida che altrove, ma ancora più lenta è la discesa frenata com’è dall’assenza di concorrenza e dai livelli assoluti dei prezzi ben più alti che in altri paesi europei.

Nell’ottica delle imprese, continua ad esserci poi una sorta di spaccatura. Da un lato stanno le imprese ‘tradizionali’ poco attente all’innovazione, poco dotate di spirito e di cultura imprenditoriale, piccole per dimensioni e poco propense alla crescita per mille motivi. Dall’altra stanno le imprese che, da tempo, si sono lanciate nella sfida della globalizzazione mietendo lusinghieri successi. Queste sono le imprese che si stanno ristrutturando per guadagnare efficienza e competitività ed una maggiore produttività del lavoro. Le operazioni di ristrutturazione, tipicamente hanno come effetto immediato quello di ridurre la forza lavoro impiegata che tende poi a ricrescere. Si rischia di avere anche per questa via della gente senza lavoro. La possibilità di ottenere un supporto pubblico è legata in parte alla dimensione dell’azienda che licenzia (SOPRA I 15 DIPENDENTI) altrimenti alla CIG in deroga o ad altre forme di scarsissima tutela. Richiamo le difficoltà segnalate dal Governatore Draghi circa i ì precari’ o alcune loro categorie. Ebbene, di fronte ad una situazione di estremo disagio ed a soldi che si spendono ugualmente e forse in modo ben meno utile e proficuo di come si potrebbe, l’idea di mettere mano ad una robusta riforma che renda generale ed automatico il sistema degli ammortizzatori sociali a tutti, il governo oppone una incomprensibile resistenza rimanendo immobile anche per questo verso.

L’atteggiamento del ministro, mi sembra davvero poco condivisibile anche quando, in materia di necessari interventi sull’età pensionabile, dice che ‘le riforme sulle pensioni non si fanno per soldi ma per patti di solidarietà tra generazioni’. Ma davvero!!!!!! A proposito di retorica da bar. Atteso che finora i patti sono stati fatti a danno del futuro e dei giovani, forse sarebbe il caso di farlo per davvero un patto tra generazioni tentando di restituire ai giovani un pochino almeno di quello che gli è stato sottratto. Non per soldi, per carità. Solo per quattrini!

E voglio chiudere con un cenno alla retorica del declinismo di cui il don ministro parla con la consueta spocchiosa arroganza da maestrina. Intanti si sposa alla perfezione con le ricette di un economista di vaglia come silvio da arcore che propone ‘ottimismoooooooooooo’ con lo stesso spessore con cui Mike Buongiorno diceva ‘allegriaaaaaa’. E mi scuso con Mike. Se conoscere e  far conoscere lo stato di fatto del paese per richiamare ciascuno a fare la sua parte la si vuol chiamare retorica del declinismo, si faccia pure. Ma sarebbe come dire che i matti sono a spasso ed i savi in manicomio. Quella che costoro con sufficienza presuntuosa chiamano retorica del declinismo, e lo dico sapendo che rimarranno sorpresi, si chiama governare.  La retorica il Dizionario De Mauro specificandone l’accezione spregiativa la definisce:

modo di scrivere o di parlare eccessivamente ridondante e prolisso con ricerca di effetti esteriori atti a suggestionare il pubblico, ma privo di impegno intellettuale, morale o civile.

E con questo, per parlare di attività di governo e relativa comunicazione, abbiamo messo le cose in chiaro.

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L’America ed i primi giorni di giugno: 1944 e 2009

Pubblicato da nonallineato su Giugno 5, 2009

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I primi giorni di Giugno di 65 anni fa rappresentarono l’inizio della fine del duro compito che gli americani e gli alleati si erano dati: sconfiggere la follia nazista. Il 6 Giugno 1944, il giorno più lungo, ebbe luogo la più immensa e complessa e rischiosa operazione militare che la storia ricordi.

Mi è venuto in mente un parallelismo con quei giorni dopo aver ascoltato le parole di Barack Obama, di nuovo lui che le ha pronunciate nell’università del Cairo di fronte ad una platea non so quanto ben disposta, parole trasmesse dai media in tutto il mondo arabo, musulmano e non. E di nuovo un discorso di eccezionale spessore culturale, umano e di contenuti innovativi. Parole d rispetto, di apertura, di comprensione, parole oneste tanto più portatrici di significato in quanto pronunciate in quella sede dal Presidente degli Stati Uniti.

Non voglio, non saprei neppure, ripercorrerne i mille passaggi, le infinite significative sfumature; sarebbe impossibile riprodurre le inflessioni, le pause, le sottolineature di qualche passaggio. So solo che ho fatto una meravigliosa immersione nell’acqua pura e pulita della speranza, della POLITICA più nobile ed alta, quella capace di segnare un cambiamento, di marcare una svolta in una storia che da troppi anni tormenta il medio oriente ed avvelena il mondo. E non sono state parole di debolezza. Anzi! parole così solo chi ha una grande forza è capace di pronunciarle. Non credo che sia possibile per nessuno da ora in avanti, fingere che questo discorso non sia stato pronunciato. E’ stato il discorso di un Leader, di un Leader vero riconosciuto come tale per le sue idee, i suoi progetti, la sua visione del suo paese e la visione del suo paese nel mondo, gettato nel fango dalla rozza, gretta ignoranza dell’era di bush.

Di nuovo esprimo ammirazione per gli americani per la scelta coraggiosa e radicale che hanno compiuto eleggendo Obama che sta dimostrando, lo ripeto e lo ripeterò fino alla noia, di essere un Leader. Non è importante essere d’accordo, non è importante condividere, potrà ben accadere che sbagli. Ma è e rimane comunque riconoscibile come Leader.

Il discorso che ha pronunciato oggi, voglio sottolinearlo, contiene tutti quegli elementi di forza, coraggio, determinazione, capacità di cambiamento che hanno fatto deegli USA un grande paese e faranno sì che essi ancora una volta risorgeranno dalle secche della crisi più forti, più sani e magari anche un pò più felici.

Mi astengo dall’entrare nel tema di quanto sia abissalmete lontana la nostra piccola politica , autarchica e chiusa sulla polenta taragna. E dubito sarebbe eletto un Obama italiano ammesso che ci fosse.

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Per l’Europa sostengo convinto Debora Serracchiani!!!!

Pubblicato da nonallineato su Giugno 4, 2009

Voto Debora e scrivo Serracchiani

E’ una giovane professionista che vive e lavora ad Udine assai impegnata in politica dove ricopre cariche pubbliche. Ne avevo sentito e l’avevo sentita prima della sua uscita di Marzo al meeting dei circoli del PD, quella che le ha dato maggiore visibilità. Mi fa piacere della sua candidatura che, solo per poco tempo potrò adoperarmi a sostenere. Ritengo che siamo di fronte ad una persona propositiva, con delle idee e con una grande dose di freschezza intellettuale.l’ingrediente migliore per vivacizzare e rinnovare la presenza italiana al Parlamento Europeo. E non solo. Se visitate il suo sito Debora Serracchiani ed andate alla pagina Le mie idee oltre ad una apprezzabile concisione, potrete prendere atto della pregnanza dei temi di cui con poche parole viene tracciata l’apprezzabile proposta di soluzione.

Anche questaa è una connotazione che rimarca una forte differenza con il tradizionale approccio trombonesco di molti personaggi della poitica ma ancor più l’assenza di ogni aggressività verso altri componenti dello schieramento politico. Lei vuole andare in Europa per…..e non contro…… E siccome il tono, la forma ed i contenuti sono chiari segnali di realtà, credo che per il Nord-Est e per l’Intero paese Debora Serracchiani a Bruxelles sarebbe una circostanza felicissima.

Non sarà facile, ma battersi credendo di potercela fare è un bell’operare. Kei ce la sta mettendo tutta ed anche di più. Nel mio piccolo e per il poco tempo che rimane da che son rientrato, qualche voto in più penso di ottenerlo per lei e per tutti noi.

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OPEL: soluzioni al ribasso

Pubblicato da nonallineato su Giugno 1, 2009

Magna conquista OPEL. Nasce un gruppo da 5 milioni di auto. Così qualche titolo. E titola puttanate. Magna non produce auto. Assembla 200.000 auto all’anno per conto di clieti terzi tra cui Chrysler e BMW o anche altri. Magna è un’azienda che produce componentistica, pezzi e parti per auto commissionate da Case automobilistiche soprattutto americane, Ed infatti, il suo andamento 2009 è zoppicante con un fatturato falcidiato pesantemente dalla crisi dei suoi committenti soprattutto americani. E già questa non è una buona premessa per OPEL. Se poi ci aggiungiamo che partner di Magna sono la banca russa Sberbank che, in profonda crisi beccherà il 35 % di OPEL in quanto banca amata da Putin ed un’altra quota andrà alla Casa automobilistica GAZ che opera in Russia ma con un mercato in flessione del 60% e problemi finanziari, il quadretto non è proprio bello. Ma un paio di ciliegine sula torta: General Motors che sta andando in insolvenza avrà il 35% di aziioni OPEL e la Commerzbank tedesca dove il governo tedesco è entrato con il 25% del capitale per salvarla dalla crisi, garantirà al consorzio Magna 4 miliardi di €uro. Tradotto: il governo tedesco con l’assenso degli USA fornirà al compratore di OPEL i soldi necesari all’acquisto e ad andare avanti. E lo farà avendo fornito garanzie con i soldi dei contribuenti tedeschi per un’azienda che NON è una casa automobilistica che ha comprato OPEL che Casa automobilistica invece lo è. E continua ad essere una differenzxa abissale, una tara pesante sul futuro di Opel che limita le sue potenzialità alla Russia quando avrò una oggi lontana ripresa economica e, se le promesse del discusso patron di GAZ, l’oligarca Oleg Deripaska valgono più di un soldo bucato, alla Cina. Beh! Se ci mettiamo una cinquantina di punti interrogativi considerata la carriera di Deripaska, non sbagliamo.

Le parole del ministro dell’economia zu guttenberg sono chiare. Ha sosteuto che era giunto ad altre conclusioni per quanto attiene ai rischi dell’operazione per il governo tedesco, ma….. Insomma, i tedeschi con i loro quattrini fanno ciò che ritengono opportuno ma non è affatto detto, anzi, che abbiano scelto la miglior soluzione per OPEL. La ragione di questa ‘brillante’ operazione si chiama CATTIVA politica e Grande Coalizione. Ha pesato Gerard Schroeder ex cancelliere  socialdemocratico e non da   oggi  grande amico di Putin ed oggi, invece, grandissimo brasseur di affari megagalattici specie con la Russia.

Intanto le cifre sugli esuberi sono già lievitate ad 11.600 di cui oltre 2600 in Germania e non è ancora chiaro cosa l’accordo preveda circa i fondi relativi alle pensioni dei dipendenti Opel che fanno una sciocchezza superiore ai 4 miliardi di €uro.

FIAT da azienda seria, per bocca di Marchionne ha tirato già una staffilata parlandi di telenovela e poi silenzio. Montezemolo ha parlato di vita che continua e di decisione da rispettare e basta. Il che torna ad onore di questi manager a connotare l’eleganza di uno stile che è sì forma, ma molto sostanza.

Auspico che la scelta di Magna si riveli centrata. Ma non posso sottacere quanto in argomento ha espresso il teologo tremonti: ‘FIAT gha informato il governo italiano ma non ha chiesto nulla. E’ andata a giocvre la partita secondo le regole del mercato., Voleva giocare una partita di calcio ed ha trovato il rugby con gente che prendeva la palla con le mani’. E’ vero! Ma FIAT av4eva bisogno di chiedere?  forse sarebbe stato un dovere imprescindibile per il governo italiano spendersi per come possibile per sostenere l’offerta FIAT? La risposta è ovviamente sì! senza se e senza ma. Ma sarebbe stato necessario avere un governo. Ed invece l’accolita di personaggi che si spacciano come governo, avevano tutti da fare per difendere l’isostenibile indecenza del capo di fronte all’universo mondo. E con questo, una figura da magliari da aggiungere ad un palmares da far vergognare un topo.

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Crisi finanziaria ed economica: e adesso?

Pubblicato da nonallineato su Maggio 29, 2009

Al di là delle mie dichiarate propensioni per la FIAT, la vicenda dell’acqusizione di Opel per le modalità con le quali si sta snodando è un pessimo segnale e deludente, deludente su due diversi piani. Il primo è quello politico. Il governo tedesco si è infognato in un labirinto da mercato del bestiame per i contrasti tra le due forze della Große Koalition. E’ vero che tutto il mondo è paese, ma lo spettacolo è davvero desolante e del tutto incongruo con la lucida razionalità teutonica. Il secondo aspetto, forse peggiore del primo è quello della proiezione nel futuro di questa vicenda e del significato che essa assume.in senso prospettico. Nel momento attuale, al fondo (si spera) della crisi e per come si è svolta, l’atteggiamento tedesco sta ad indicare da un lato provincialismo economico politico e dall’altro un approccio eccessivamente nazionalistico. La aperta propensione per MAGNA, di matrice austriaca sta a cnfermarlo.

Il senso del ragionamento è però più ampio. Si sostiene che la crisi ha messo in crisi il capitalismo ed il libero mercato il che è vero in parte e neppure tanto grande; ma quel che è certo è che la crisi ha messo in discussione comportamenti sociali, stili di vita e di consumo, modelli di business. Ne sono rimasti coinvolti anche dei ‘valori’: l’attenzione si sta spostando in direzione dell’anbiente e dell’ecologia, verso il risparmio energetico; gli stili di consumo si stanno evolvendo accentando maggiormente gli aspetti relazionali, valoriali ed umani della vita. C’è insomma un contesto di ‘ebollizione’ a seguito del quale accade, ad esempio, che i neolaureati di prestigiose Università americane, non accorrono più verso le sirene delle grandi banche d’affari pur avendone l’opportunità, ma si dedicano ad altro con maggiore attenzione a contenuti che prescindano dal mero danaro. E’ un segnale piccolo ma dal significato inversamente proporzionale.

A tutto questo non è estraneo ammontare astronomico delle risorse che Stati, Istituzioni imprese e privati hanno investito per fronteggiare la crisi e neppure le perdite che la crisi ha determinato nei mercati azionari e finanziari che in parte hanno gravato su singoli privati risparmiatori. Ed il futuro impone agli Stati l’onere di dover riequilibrare i propri conti pubblici sottoposti a stress. Neppure questo sarà scevro di conseguenze per i cittadini di tutto il pianeta e se ne patiranno le conseguenze sui servizi, sulll’assistenza sociale, sulla previdenza ed in mille altri modi. Il peso sarebbe terribile su società sovente provate da una crescente disparità sociale e da una iniqua distribuzione della ricchezza.

C troviamo insomma in una fase di transizione e l’unica cosa sbagliata da fare, sarebbe quella di pensare che passata la tempesta tutto possa tornare come prima come nulla fosse accaduto. Eppure per molte ragioni, gli scenari che dobbiamo prefigurarci auspicandoli, devono essere orientati alla crescita. Sì! Il famoso o famigerato PIL. Non abbiamo altro mezzo, fino ad oggi, che ci consenta di risistemare i conti pubblici; non abbiamo altro sistema che consenta di reperire le risorse indispensabili alla crescente popolazione né quelle necessarie a fronteggiare la spesa sociale, per assistenza sanitaria e previdenziale per una popolazione che invecchia e che vive sempre più a lungo per fortuna di tutti.

A governi deve essere chiesto di assumere le scelte per far ripartire le economie pur secondo canoni diversi da quelli ante-.crisi, ma farla ripartire. E scelte analoghe competono ad ogni attore dell’economia e della società. Il guaio è che bloccatasi la macchina tanto duramente e con perdite tanto immense, il compito non è affatto facile. La finanza come è stata ha comunque creato ricchezza fino a che c’è stata. Adesso quella ricchezza manca e non si può evitare di tenerne conto. Intendo riferirmi alla deflazione. La finanza che si sgonfia infatti, genera ’sgonfiamenti’ a monte ed a valle nel senso di riduzione del credito con quel che ne consegue. Sta accadendo in Italia.

Non paradossalmente una delle possibili strade per rivitalizzare le economie nel caso dell’Europa e dell’Italia in particolare, sarebbe l’immissione nel sistema di dosi da cavallo di concorrenza vera mentre, e lo dimostra il governo tedesco nel caso OPEL ma gli esempi sono numerosi e generalizzati, si sta assistendo al contrario: chiusure, statalismo eccessivo, intromissione (incompetente) del pubblico nell’economia, nazionalismi ed amenità del genere.

Se la crisi, questa crisi può insegnare qualcosa, se si è d’accordo che molto è cambiato o va cambiato, la memoria corta è uno dei primi errori da evitare. Lo scenario europeo attuale, lascia spazio per ipotizzare un dopo crisi analogo alla deflazione che ha imperversato in Giappone per lustri interi. Quanto sta accadendo nell’agone politico dei paesi europei rischia di reiterare le medesime infelici scelte assunte dal Giappone dove neppure tassi di interesse ‘negativi’ riuscirono a rivitalizzare l’economia.

Se il caso OPEL è un indicatore in tal senso per la Germania, la situazione è peggiore in Italia e lo è per motivi di approccio culturale, quelli di cui ogni giorno prendiamo atto con dichiarazioni e provvedimenti assunti o non assunti dall’esecutivo. Non vorrei si confondesse questo ragionamento come una demonizzazione. Oggi l’esecutivo è questo, ma a mia opinione, per il poco che vale, l’intera classe dirigente italiana è inadeguata. Ma detto questo, ascoltare le professioni di ottimismo a prescindere piuttosto che attacchi ai media per come raccontano la crisi, sta ad indicare assenza di visione, di idee, di progetti e di prospettive così come le scelte assunte dall’inizio della crisi e fin qui.

Il paese viene fuori da oltre 10 (dieci!!!!) anni di crescita stentata circa la quale diagnosi, TAC ed ogni altro mezzo diagnostico hanno accertato le cause e prescritto idonee cure regolarmente ignorate. E soprattutto ignorata una regola principe, quella che sta applicando con grande immaginazione e fatica la FIAT: le crisi sono il momento giusto per cambiare. Anche e soprattutto per gli stati. Ed a maggior ragione nel caso di maggioranza tanto ampie e per di più ad inizio di legislatura.

La crisi morde. Altrove si sono verificati episodi di difficoltà o intolleranza sociale come i ‘sequestri’ dei manager; in Italia c’è stato il bruttissimo episodio del pestaggio al sindacalista Rinaldini a Torino ad opera di farabutti di, pare, sindacati autonomi COBAS. Non mi pare i caso che su questo si faccia una speculazione politica blaterando di segnale da brigate rosse. Una giusta reazione sarebbe quella di prendere atto che esiste una obiettiva situazione di difficoltà sociale che si aggiunge al resto alla quale occorre dare una risposta. Fa parte di quei cambiamenti che la crisi rende ineludibili per il futuro e forse più urgenti ancora che i cambiamenti necessari a tutto il nostro modo di pensare, di governare, di comportarci e di vivere.

Chissà se da Casoria tutto questo lo si capisce.

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berlusconeide

Pubblicato da nonallineato su Maggio 27, 2009

La vicenda Letizia costituisce un nuovo ‘canto’ della berlusconeide che vediamo accadere quotidianamente sotto i nostri occhi da oramai 15 anni.

Il filo conduttore del ‘poema’ è rappresentato dall’abitudine del protagonista a rifuggire dalle sue responsabilità, all’autoassoluzione continua e definitiva, al vittimismo esibito come fosse un qualunque poveraccio, dalla tendenza allo straparlare non disdegnando manipolazioni e menzogne. Ma l’idiosincrasia a norme, leggi, controlli e critiche è l’altro filo che corre parallelo al primo.

La vicenda Letizia ripropone per l’ennesima volta tutto questo e pone per la prima volta domande e dubbi che avrebbero dovuto nascere già da lunga pezza. Il berluscones non è un uomo credibile e non ha alcun progetto politico. I continui richiami al popolo che è con lui, le blaterazioni circa una proposta di legge popolare per la riduzione del numero dei parlamentari, la vaghezza delle sue preferenze per questo o quel sistema elettorale emerse nel corso del tempo, sono lì ad attestarlo. Ma il mutamento dalla precedente all’attuale legislatura da un liberismo pur solo enunciato ad uno statalismo/moralismo (per gli altri) bigotto e codino è la definitiva cartina di tornasole.

Ma la virtualità è il segno definitivo, la cifra assoluta all’insegna della quale si muove all’unisonoi quest’uomo e tutto il suo governo. La crisi morde, le statistiche crudamente raccontano di difficoltà, disagi, drammi sociali, fallimenti, licenziamenti e un ministro osa affermare che le cose in Italia vanno meglio che in altri paesi. E quali? Un esempio di grazia!!!

L’ottimismo sciocco ed irresponsabile soarso a piene mani ha fatto il paio con la pochezza e l’inutilità di provvedimenti demagogici, spot pubblicitari alla stregua dei rotoloni Regina a cui ha corrisposto il nulla. Il mancato governo delle pubbliche finanze lasciate precipitare con l’incalzare della crisi senza intervento alcuno sono una storia le cui puntate possiamo leggere sui giornali specializzati e nelle opinioni degli economisti e degli studiosi. E pagheremo tutto, senza sconti.

A coronare il tutto, la grande questione dell’etica pubblica e privata, della morale ipocritamente richiamata dal ministro teologo tremonti e calpestata pubblicamente senza alcun ritegno nell’indifferenza del paese che anche da questo punto di vista ha perso ogni riferimento.

E se volete saperlo, mi lascia l’amaro in bocca anche la CEI con le sue dichiarazioni pur condivisibili nel richiamare all’attenzione le cose che avrebbero dovuto esser fatte. ‘Ognuno risponde lalla sua coscienza’ è il non sibillino editto emanato dalla CEI in riferimento alle boccaccesche vicende del berluscones. Ma davvero!!! Ognuno ha la sua coscienza ad eccezione di Beppino Englaro tacciato di ‘assassino’.

E questo significa che nessuno è fuori dal decadimento del paese, nessuna istituzione compresa la Chiesa. E la speranza si affievolisce.

 

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FIAT: il futuro dell’azienda e del paese

Pubblicato da nonallineato su Maggio 27, 2009

In cinese la parola ‘crisi‘ (weiji) è formata da due caratteri: uno (wei) significa pericolo, l’altro (ji) significa opportunità. Non è un caso. Ogni crisi porta con sé molti rischi, ma anche molte opportunità. Alterando lo status quo, le crisi permettono l’emergere di nuove idee organizzative e di nuove imprese.
Questo processo di ‘distruzione creatrice’ – scrive l’economista austriaco J. A. Schumpeter – è la vera essenza del capitalismo.Questa distruzione creatrice è certamente all’opera nel settore automobilistico. Dalle ceneri della bancarotta di Chrysler e della crisi finanziaria di General Motors nascono nuove opportunità per consolidare un’industria malata di eccesso di capacità produttiva’

E’ l’incipit dell‘articolo: Un Marchionne per le banche del Prof. Luigi Zingales su l’Espresso in edicola. Ed è la sintesi di quanto profonda sia la visione strategica di Sergio Marchionne e del management FIAT.

  • Le ragioni che sono alla base del percorso immaginato dal Lingotto, stanno nei fatti: l’industria dell’auto soffre di eccesso di capacità produttiva che dovrà essere ridotta:
  • l’orientamento assunto dall’amministrazione Obama è di puntare su auto dai limitati consumi e da un limitato impatto ecologico-ambientale. Questo orientamento diverrà, dovrà divenire la bibbia dell’industria dell’auto negli anni a venire. Ma le basi per questo futuro stanno nell’oggi. Anzi! Nell’ieri.
  • ricerca, sviluppo ed imnovazione assumeranno una valenza straordinaria, ancor più di oggi accompagnandosi ad inevitabili impennate nei costi per il trasferimento alla produzione delle nuove tecnologie. Questo è il motivo per cui i grandi volumi produttivi sono indispensabili;
  • l’internazionalizzazione dell’industria è anch’esso fattore essenziale. L’industria dell’auto necessita pur sempre di clienti soddisfatti per poter sopravvivere e quindi, la vicinanza ai mercati diventa fattore strategico,
  • sono ipotizzabili profondi mutamenti nel modo di produrre che rivoluzioneranno l’organizzazione produttiva, la struttura stessa delle azsiende  che a cascata avranno ripercussioni sul numero e sulla distribuzione geografica e funzionale degli impianti;
  • dovrà, anzi deve, cambiare anche il ruolo del management a cui incombe l’onere dell’anticipare culturalmente tutti gli scenari futuri interpretando una realtà sociale profondamente trasformata dalla crisi.

Credo sia sufficiente quanto fin qui per capire che l’attuale sfida sia cruciale per FIAT e per il paese. Diversamente la FIAT potrebbe essere la OPEL di domani mattina. Le cose stanno semplicemente così.

Lo stesso Marchionne, sostiene che gli USA pur messi peggio dell’Europa a causa della crisi, purtuttavia ne usciranno prima e meglio. L’unicità della direzione politica, le forze endogene immense di quel sistema duttile ed elastico lo rendono infinitamente più forte e reattivo rispetto ad un’Europa divisa, frammentata in interessi nazionali e perciò con la vista poco chiara rispetto alla dimensione globale di molti settori industriali auto inclusa. Se il pragmatismo americano fa sì che i sindacati, le banche facciano sistema nell’interesse della sopravvivenza dell’azienda, più sfumata è la situazione in Europa dove la necessaria e giusta attenzione ai risvolti occupazionali delle ristrutturazioni fa a pugni con la realtà. E questo accade perchè ci si aspetta l’intervento pubblico da parte dello stato che si mette a fare il produttore di automobili o di merendine invece che provvedere agli ammortizzatori sociali per chi dovesse essere sfortunatamente colpito dalle ristrutturazioni.

Parliamoci chiaro. L’avventura straordinaria che FIAT sta vivendo intanto è vitale per la FIAT e per il suo futuro ma lo è anche per il paese. Le contestazioni a Marchionne ‘tu vuò fà ‘americano’ sono l’emblena della sconfitta culturale del sindacato italiano e della sua profonda incapacità di essere sindacato. Basta a terstimoniarlo la recente, disgustosa vicenda di Alitalia in cui il sindacato si è reso complice del governo per una soluzione pasticciata, inadeguata, costosa per il contribuente, pesante per gli utenti angariati da tariffe folli, disservizi e perdite paurose che CAI sta accumulando. Perdite, aggiungo, dovute anche alla dimensione ridicola della nuova compagnia rispetto alle obiettive esigenze del mercato modiale dei players del settore. E poi, gestione all’amatriciana a condire il tutto.

Il management FIAT rappresenta nitidamente quale sia il corretto approccio da assumere in un contesto di crisi: ristrutturarsi, innovarsi, cambiare tutto per sopravvivere. E si trova isolata, abbandonata in un paese immiserito dalle chiusure culturali tra cui si sta isolando, incapace di guardare al futuro. Il paese ed il suo governo hanno lo specchio retrovisore davanti agli occhi e mangia solo polenta taragna. Mentre va a rotoli.

Nella battaglia per Opel il governo russo si adopera per sostenere Smerbank banca russa che opera insieme a Magna. Il paese fa sistema. In Italia dobbiamo solo sperare che un portinaio travestito da statista taccia evitando qualche improvvida idiozia. Ed infatti, i cosiddetti ministri, stoltamente, da ottimi improvvidi ragliano di riforme da farsi quando la crisi sarà finita. Esattamente come farebbe un pessimo dilettante o un manager incapace.

Ribadisco comunque, che abbia o meno successo in questa vicenda, la FIAT ha dimostrato di avere sufficiente chiarezza di visione per conseguire comunque e per altra via il risultato cui chiaramente punta. Quello che rimarrà un suo punto di debolezza è l’aver sede in un paese che, secondo le parole del portinaio di palazzo Chigi, ha come capitale una città sporca come una città africana ma ha anche un governo di pari caratura.

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La crisi: qualche riflessione un anno dopo

Pubblicato da nonallineato su Maggio 25, 2009

Mentre gli stati continuano ad indebitarsi, l’altra cosa che continua è la latitanza delle famose nuove regole o di sistemi di controllo della finanza di cui da molti mesi si parla. E le immense iniezioni di liquidità immesse nel sistema dalle Banche Centrali e dai Governi del pianeta, qualcuno ipotizza che, paradossalmente, sia a questo monte di liquidità che sia dovuta la ripresa delle borse mentre dall’altro lato, continua a scarseggiare il credito alle imprese. Eppure, parole di Alessandro Profumo ad un convegno dell’Aspen Institute, per quanto si riferisce ad UNICREDIT 1 azienda su 4 è in sensibile perdita: il 25%.

Addirittura circola la voce di un possibile declassamento del debito pubblico Inglese, notizia che di certo mette in fibrillazione tutti i Governi intenti ad emissioni mostruose di titoli pubblici. Ci sono poi i paesi, anzi uno solo: l’Italia che vede fuori controllo debito pubblico e bilancio pur senza aver prodotto alcun provvedimento concreto contro la crisi. Anzi uno sì! Chiacchiere e cifre in libertà.

Ma in questa sede, vorrei proporre un’osservazione. La crisi ha avuto un’origine finanziaria. E’ scontato. Accertato. Verificato.. Incontrovertibile. Si è verificato che per quanto riguarda la gestione del rischio, i modelli matematici non hanno funzionato ma, soprattutto, si è valutato SOLO il rischio di insolvenza del debitore peraltro male come dimostrano i mutui sub-prime. I rischi da valutare invece sono anche rischi di sistema o di settore economico. E questo non è stato tenuto in alcun conto come i fatti dimostrano.

Il paradosso è che in tutto il mondo, quello finanziario e bancario è il settore economico più regolamentato. A ben rifletterci nessun altra area dell’attività economica è tanto monitorata, controllata, studiata, analizzata e regolamentata. Banche Centrali, Enti nazionali e locali, in gran numero sono, anzi, dovrebbero o avrebbero dovuto essere all’opera. Allora, prima di parlare di fallimento del capitalismo, del libero mercato, sarebbe il caso di fare grande attenzione per vari ordini di motivi. E, tanto per rimanere aderenti al tema crisi, appartiene all’amministrazione Bush la decisione di accelerare il raggiungimento dell’obiettivo di una casa ad ogni americano. A lui si deve l’accelerazione mostruosa dell’attività di Fannie Mae e Freddie Mac, enti semistatali che hano acquisito mutui senza scrupolo alcuno. Sono state il detonatore della prima fase della crisi.

Se teniamo conto di questa circostanza e consideriamo che la regolamentazione ed il controllo di banca e finanza appartengono alla sfera del potere pubblico, ci andrei pian pianino anche nel ritenere salvifico l’intervento dello Stato nell’economia. Se è vera, e lo è, questa linea di ragionamento è proprio il potere pubblico ad aver fallito miseramente. E, peggio che andar di notte, se negli USA Fannie e Freddie insieme a banche e finanziarie ed edge fund spendevano centinaia di milioni di dollari per il lobbyng che ha allentato molto la legislazione, in altri paesi dove banca e finanza rappresentano comunque consorterie potentissime, Italia compresa, banca e finanza hanno sempre operato nel rapporto con il pubblico, per avere mano libera nelle loro operazioni. Ed il potere è sempre stato disponibile. Fin troppo.

Da molte parti, FMI compreso, si levano voci circa il pericolo che interventi per istituire organismi sovranazionali di controllo e nuovi interventi regolatorii siano in ritardo o siano in corso di ripensamento per la pressione che banca e finanza continuano incessantemente ad operare sul potere politico. E’ un pò quanto accaduto con l’accordo di Basilea 2 che, primo timido passo verso una più accurata gestione del rischio di credito e dell’adeguatezza del patrimonio delle banche, ha impiegato anni ed anni ed è stato definito in maniera troppo poco incisiva alla prova dei fatti, subendo ostracismo e sabotaggi ad opera di molte banche soprattutto americane.

Vorrei in ultimo sottolineare che, nel caso italiano, oltre alla storia dell’intervento pubblico che ha prodotto inenarrabili disastri e clientele fameliche e ladre, siamo in un contesto assai poco tranquillizzante e tanto apparentemente ‘duro’ verso le banche quanto sostanzialmente succube.
Si pensi alla ridicola convenzione Governo-ABI per ’soccorrere’ i mutuatari in difficoltà. Tutto fuffa, fumo negli occhi grazie a cui le banche hanno evitato di applicare la portabilità dei mutui. Nonostante tutto, le banche il sistema bancario italiano continua a rimanere inefficiente, assai costoso per gli utenti ed assolutamente privo di un accettabile livello di concorrenza. E, quanto al mercato, abbiamo l’ultimo fulgido esempio di CAI-Alitalia che è uno schiaffo non solo al libero mercato, ma ai cittadini, alla cultura d’impresa, alla concorrenza ed al mercato. Ed alla decenza.

 

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La disfida di Russelsheim: Fiat Opel

Pubblicato da nonallineato su Maggio 24, 2009

Da sfegatato tifoso di FIAT, sono sulle spine per l’andamento della vicenda Opel. Ne riferiva anche ieri l’altro il Sole 24 Ore il quale riportava non so se indiscrezioni sulle valutazioni che in argomento presentava il Premier dell’Assia. Ed oggi, oltre alla notizia del miglioramento dell’offerta FAT, ma anche Magna, le opnioni di ‘insufficienza’ espresse dal Ministro dell’Economia zu Guttnberg. Mi solletica l’indiscrezione pubblicata da Bild circa l’apprezzamento per FIAT da parte della Kanzlerin Merkel.

General Motors, è piuttosto confermato, predilige l’offerta MAGNA. Ma di certo pesano quei 2 miliardi di dollari versati a FIAT per rescindere l’unione nel 2005 ma pesa anche il fatto che negli USA FIAT è entrata con Chrysler che di GM è concorrente.

In Germania la situazione è molto più movimentata ma anche qui pesano fattori esterni tipo le elezioni Europee e, più ancora, le elezioni politiche di Settembre.

Circa le opinioni del Premier dell’Assia, mi sembrano risentano di una visuale non sufficientemente ampia. Il futuro e le prospettive di una casa automobilistica, non dipendono solo dagli impianti che la Opel possiede o dal numero dei lavoratori. I fattori in gioco sono numerosi e complessi. Indipendentemente dall’offerente, volendo ricordare cosa sia importante per una casa automobilistica, anzi più che importante, essenziale, c’è la dimensione, l’internazionalizzazione, l’ampiezza della gamma, la flessibilità produttiva, la duttilità commerciale, una struttura dei costi snella e leggera, un know-how iperqualificato nel marketing, una tecnologia avanzata nella progettazione, una forte struttura operativa nella ricerca. Insomma tantissimi elementi e, prima di tutti essi, il ‘mestiere’, un management con i fiocchi specializzato nell’automotive.

La dimensione è vitale. I costi di ricerca, progettazione, industrializzazione, allestimento di linee produttive per nuovi veicoli che dovranno essere ecologicamente sofisticati, parchi nei consumi, economici nella gestione oltre che affidabili e belli sono stratosferici. Poterli suddividere su un grande numero di unità prodotte, vuol dire ridurre i costi unitari e raggiungere più agevolmente il punto di pareggio oltre il quale l’azienda comincia a guadagnare. Disporre di una gamma ampia ed articolata, consente di conseguire volumi ma è anche una sorta di assicurazione: se il modello A va male, è facile che il modello B vada bene e compensi il cattivo andamento di A. Altrettanto ‘internazionalizzazione. Se va male il mercato brasiliano, ma quello Francese va molto bene o viceversa, avviene pure una compensazione. Oggidì, disporre di una gamma di motori ecologicamente puliti, efficienti, brillanti, economici e versatili è vitale. Avere strutture di marketing capaci di individuare, intercettare e capire con il dovuto anticipo cosa il mercato richiederà tra 3 o 4 anni sì da mettere in produzione l’auto ‘giusta’ è vitale. E questo significa un collegamento diretto,costante, continuo con il mercato.

Non conosco contenuti delle offerte di Magna o di Ripplewood ma rispetto alla breve ed incompleta elencazione prima fatta, nessuno dei due competitori di FIAT possiede tutto quel che serve. Nel caso di Magna, peraltro splendida azienda, ad esempio manca il contatto con il mercato. Magna produce componentistica ed effettua studi di progettazione, industrializzazione per conto di altri produttori di auto e possiede degli impianti dove effettua i montaggi per conto terzi. Alcune Chrysler vendute in Europa, ad esempio, venivano assemblate negli impianti Magna di Graz in Austria. Il mercato di Magna insomma non è l’utente finale, ma altre case automobilistiche con tutto ciò che questo comporta. E non mi pare una circostanza di poco conto.

Affermare quindi come fa il Premier dell’Assia che Magna offre per Opel migliori prospettive per gli impianti è certamente credibile e può fin essere vero che questo aspetto sia migliore dell’offerta FAIT. Questo è necessario ma del tutto insufficiente alla gestione ed alla prospettiva nel tempo di una casa automobilistica.

Comunque, l’incertezza durerà ancora qualche settimana. FIAT potrebbe diventare un colosso mondiale che compete con Toyota o con il Gruppo Volkswagen o comunque trovare altre strade per conseguire lo stesso obiettivo. La strategia che si è data la FIAT ad opera di Sergio Marchionne è questa. Sarà possibile in questa tornata o in un modo diverso, ma sono certo che FIAT non mollerà.

A prescindere dai risultati voglio comunque spendere parole di elogio a favore di Sergio Marchionne. Col suo eterno maglioncino nero, emblema di semplicità e pragmatismo, Marchionne ha dimostrato chiarezza di idee, vista lunga ed ampia, coraggio, determinazione, incredibile tempestività ed intuito e capacità di spendere positivamente la grande credibilità che si è conquistato sul campo dei risultati. Perché credetemi: quello che è accaduto in FIAT e che non è ancora del tutto compiuto, ha comunque dell’incredibile. Ed infatti, coloro che credevano davvero che FIAT si sarebbe tirata fuori dai guai erano davvero pochi. Come pochi sono coloro che davvero credono all’esito positivo di questa straordinaria avventura. Personalmente ci scommetto.

In ultimo, cogliendo l’occasione per togliermi un altro sassolino dalla scarpa, rimpiango profondamente che un manager della caratura di Marchionne non ci fosse ai tempi nei quali FIAT fu costretta da Mediobanca ad officiare Romiti quale gran capo. Invece che minarne le fondamenta, come è avvenuto sotto la gestione Romiti, e ad onta di qualunque diversa opinione, un Marchionne avrebbe condotto la FIAT verso ben altri risultati ed evitato il lungo calvario che l’azienda ha vissuto.

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La ‘conversazione’ e gli indici di fiducia

Pubblicato da nonallineato su Maggio 4, 2009

Credo che quanto ho osservato nei post sulla ‘conversazione’ sia centato anche per capire la stranezza degli Indici ISAE che, rilevati di recente, indicano una cospicua risalita della fiducia da parte di imprenditori e consumatori. E’ quanto meno contraddittorio infatti da parte delle imprese un salto così marcato dell’indice loro riferito per la contemporanea uscita di dati poco lusinghieri su esportazioni, produzione, consumi e dati di scenario. Potrebbe ben darsi che molti intravedano qualche segnale positivo che indubbiamente appare, ma da questo ad aspettative così tanto positivamente cambiate rispetto alla precedente rilevazione ce ne corre. Ed infatti si pone la questione anche il Prof. Daveri su La Voce parlando della ‘Crisi sulla stampa’. Si tratta di uno studio (iniziale) sul modo e sulla frequenza con la quale la stampa italiana ha raccontato la crisi.

Di fatto abbiamo tutti fresca memoria dell’uggia manifestata in sede politica conto i ‘disfattisti’ colevoli di pubblicare dati e previsioni negative; ci ricordiamo tutti gli inviti alla pridenza rivolti alla stampa. Questo avveniva dopo aver negato per mesi la crisi. Adesso, dopo parziali ammissioni e scarse decisioni, siamo passati ad affermare l’inizio della fine della crisi. In sede politica. Chi legge i giornali potrà fare le sue riflessioni sui toni non pessimistici ma realistici e poi man mano più lievi e sfumati in corrispondenza dei mugugni governativi. La TV non la nomino neppure. E soprattutto la RAI ha perso l’ennesima occasione per fare il servixio pubblico cui ha abdicato. Quale migliore occasione per fare un poco di acculturazione finanziaria di base? Quale occasione migliore per spiegare i come ed i perchè? I talk show che di crisi si sono occupati, salvo eccezioni, sono state al livello di una sfilata di moda. Pessima.

Per quanto riguarda la fiducia dei consumatori pure salita sensibilmente, forse è sensata la tesi proposta da Federico Rampini. Questi sostiene che in Italia c’è una ripartixzione sociale dove da una parte stanno tutti coloro in un modo o nell’altro protetti dalle corporazioni, dalla mancata concorrenza, dalle rendite di posizione. Dall’altra tutti gli altri. I primi sono in condizione di avvertire poco la crisi. Gli altri ne soffrono come in tanti altri paesi. Che questa tesi sia credibile è dimostrato per altra via dalla salita dell’inflazione segnalata dal’ISTAT dopo mesi di discesa. Questo fenomeno attualmente è eccezionale: dappertutto i prezzi di beni e soprattutto servizi sono in discesa e si parla di deflazione. Qui in Italia, i prezzi di prodotti e servizi protetti da oligopoli, assenza di concorrenza e corporazioni no. Salgono! E’ pazzesco ma è così. Le tariffe autostradali tanto per fare un calzante esempio sono in crescita del 2,4%. Che servizio offra Autostrade, lascio ad ognuno giudicare.

Rimane il fatto che gli indici di fiducia sono saliti. Il che non è male in sé.Può diventarlo se le aspettative positive che presiedono alle decisioni di acquisto edi investimento si riveleranno sbagliate essendo infondata la fiducia espressa. Troppe ed imponderabili sono infatti le variabili che sono alla base dell’espressione della fiducia e soprattutto sono ’sensazioni’ individuali motivate sul proprio vissuto e sulla propria percezione della realtà. Ed il cerchio si chiude perchè è l’informazione che determina la base informativa necessaria alla formazione delle proprie opinioni e quindi delle aspettative per il futuro. Non faccio alcuna dietrologia. Mi pongo semplicemente il problema dell’incongruenza tra i dati macroeconomici italiani ed internazionali e gli indici misurati da ISAE. E da questo punto di vista, la ‘conversazione’ parrebbe orientata al positivo. Basta leggere sul Sole 24 Ore che la Relazione Unificata di Economia e Finanza Pubblica (RUEF) presentata dal Ministero del Tesoro presenta un fondo ‘ottimistico’ . Ecosa dice la RUEF? PIL in caduta del 4,2%, Rapporto deficit PIL al 4,6%, Debito Pubblico al 114% delPIL, occupazione in diminuzione. E qalche segno positivo si prevede peril 2010. Non so se il ministro sia divenuto astrologo olosia sempre stato,ma cosa ci sia di ottimistico davvero non lo si capisce. L’importante però è dirlo, ripeterlo, smussare, sminuire, negare in diretta TV permanente e con la stampa che man mano si adegua.

Vedete sono tanti i segni che sostanziano il peso del’informazione e della modalità con cui essa racconta. Prendiamo ad esempio il trasferimento della sede del G8 dalla Maddalena all’Aquila. Al di là del merito, berlusconi quando ha tirato fuori la trovata, ha anche aggiunto ‘per risparmiare’. Era il momento topico dello scontro per l’election day che quello sì avrebbe fatto risparmiare davvero. Ed acco trovato un altro risparmio da offrire alla platea. Rifletteteci! Per l’election day esistono fior di conti fatti dal Ministero dell’Interno e/o da enti di ricerca con dati e cifre. Per il risparmio del G8 all’Aquila avete sentito una sola cifra? E soprattutto avete sentito qualcuno chiedere al presidente del consiglio o a qualche ministro competente di fare delle cifre? Qualche conto? Qualche modalità per ottenere il risparmio? Nulla! Deserto! Ed in giro c’è lìapprezzamento per il risparmio del G8 a l’Aquila.

Definire tutto questo pazzesco è poco. E ne pagheremo lo scotto.

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