Tentativo di non omologazione

Ovvietà e conformismo demoliscono l’intelligenza

Crisi finanziaria: domande ed osservazioni su liberismo o meno in Italia

Pubblicato da nonallineato su Ottobre 12, 2008

Uno degli effetti della crisi finanziaria è stato quello di far aprire le cataratte agli specialisti della scienza del poi, ai teorici della predestinazione catastrofista del capitalismo e del liberismo ed ai fautori della chiusura o della cautela con nostalgie per l’autarchia. Non si è cioè aperto un dibattito culturale sereno e costruttivo ma chiacchiericcio da bar soprattutto nel nostro sfortunato paese, quello a più basso tasso di liberismo e patria del capitalismo alla CAI.

Deve essere chiaro che quello che è successo è stata una aberrazione, una serie di comportamenti irrazionali, tremendamente arrischiati, da irresponsabili che da un certo momento in poi gli autori ed i compartecipi non sono più stati in grado di controllare. L’intricata serie di relazioni economiche e finanziarie tra enti, istituzioni, banche, paesi ha coinvolto tutta la finanza mondiale. Affermare che quanto è accaduto è ascrivibile ad un difetto del capitalismo e/o del liberismo è concettuamente fuorviante e strumentale. Sarebbe autoingannarsi ed ingannare immaginare che esistano delle regole perfette, sarebbe pericoloso pensare di accrescere lo statalismo: controllare rigidamente e severamente è sensato. Ingabbiare è inaccettabile e riduttivo degli spazi di libertà. Né il piano Paulson negli stati Uniti cambia le cose né gli interventi statali che sono prefigurabili in Europa che rispondono a logiche di emergenza adottate con il pragmatismo del caso.

L’aspetto che mi pare più debba preoccupare è la connotazione politica che lo scagliarsi contro il liberismo presenta o le aspettative di chissà quali cambiamenti invocati. Se per mera comodità di discorso prendiamo la definizione che Wikipedia fornisce di Sistema economico esso si configura come “insieme di persone, organizzazioni e istituzioni che interagiscono tra loro al fine di soddisfare bisogni individuali e collettivi mediante l’utilizzo delle risorse disponibili” . Questa definizione appena accettabile in prima approssimazione pure riesce a mettere in evidenza la libertà di cui le persone, le organizzazioni e le istituzioni godono ma anche la libertà di individuare e soddisfare dei bisogni con le risorse disponibili. Non a caso il liberismo, chiedo scusa per la rozzezza, è la realizzazione economica del pensiero liberale. In questa definizione non compare una gerarchia tra i protagonisti del sistema ma è del tutto ovvio che sono le Istituzioni politiche ad avere la primazia ad esse spetta il potere politico che in capo ad esse viene costituito e legittimato attraverso il voto dei cittadini.

Per inciso, personalmente distinguo tra liberismo e capitalismo: il capitalismo, come opportunamente rilevato da più commentatori, può aver patria anche in paesi privi di democrazia come la Cina. Il liberismo no. E la differenza, non di poco rilievo, è la valenza della libertà di comportamento e di scelta degli attori che nelle democrazie è piena così come, anche se forse non in misura sufficiente, è o dovrebbe essere piena la responsabilità degli attori stessi.

Ma ciò detto, se solo si volesse dare uno sguardo retrospettivo si scoprirebbe che l’esplosione economica fino alla I Guerra mondiale fu determinata esattamente dal lberismo e dalla globalizzazione; le devastazioni successive alla guerra in Europa furono sanate con l’aiuto determinante degli USA e con gli strumenti che all’epoca offriva la finanza.Scrive il Prof. Giorgio Ruffolo (a pag. 127 e segg) de Il capitalismo ha i secoli contati :”…..basti dire che i debiti di tutti i belligeranti (esclusa la Russia rivoluzionaria che disse subito che non li avrebbe pagati) raggiusero la cifra di 225 miliardi di dollari di fronte ai 25 di prima della guerra. So9lo 45 miliardi furono finanziati con aumento delle imposte. Per gli altri 180 si ricorse a prestiti sopratutto da parte di Francia, Inghilterra e Germania. Principale creditore gli Stati Uniti.” Osservo a margine che il capitalismo di allora era ben più duro e men regolato che oggi. Il dopoguerra fu ancora un periodo di ripresa e di “globalizzazione” come l’anteguerra e fino alla crisi del ‘29 alla quale, ad opinione generale, l’Autorità politica rispose in modo del tutto inappropriato con le conseguenze che sappiamo. La violenta crisi economica, certo insieme ad altre componenti, estese le sue propaggini nella politica: in Germania il nazismo. Ma è tipico che la crisi economica porta con sé il rischio dell’autoritarismo e del protezionismo. Ma di nuovo, il secondo dopoguerra segnò l’inizio di una rinascita ancora una volta ad opera degli USA con il Piano Marshall, utilizzo di strumenti finanziari ed approccio liberista. Senza voler ripercorrere la storia economica o addentrarsi in analisi impossibili in un post, l’oggi della globalizzazione che molti demonizzano, è il mezzo attraverso il quale centinaia di milioni di uomini si sono emancipati dalla fame o dalla povertà più estrema.

E’ superfluo osservare che la globalizzazione alla pari di qualunque fenomeno umano non è la manna del cielo; è legittimo ritenere che si possa.-debba correggere gli aspetti negativi che essa abbia manifestato ma è doveroso oltre che molto saggio trarre un bilancio di lungo termine della fenomeno e mettere sui piatti della bilancia costi e benefici senza pregiudizi ideologici o pseudo culturali e senza interessi politici obliqui. E peggio che peggio è deleterio additare la globalizzazione come il male all’unico disastroso scopo di proteggere sistemi economici immobili, arretrati, protetti e costosissimi per i cittadini di quel paese. Mi riferisco alla tutela del proprio elettorato realizzata a spese del paese, arte nella quale in questo paese ci sono stati e ci sono maestri ineguagliabili.

Diverso è avviare nell’arena internazionale un paese in via di sviluppo per il quale è dimostrato che la pretesa di immediata e globale apertura,  secondo i canoni del Washington Consensus diverso è avviare alla competizione paesi come l’Italia. L’economia Italia si regge molto sulle esportazioni, sulla capacità della parte migliore del sistema imprese che si è ristrutturato, si è riconvertito, si è rinnovato, si è reso flessibile e tremendamente competitivo ed aggressivo tanto da crescere perfino con livelli stratosferici del cambio euro-dollaro. Se si leggessero le analisi disponibili sull’export, si scoprirebbe quanto la globalizzazione ha consentito alle imprese italiane che la globalizzazione hanno saputo vedere come un’opportunità. Logica vorrebbe che si cercasse di allineare il paese a livello delle sue migliori e più efficienti imprese  senza scuse ed infingimenti né ipocrisie. Non si comprende perchè nel presentare progetti di riforma della scuola piuttosto che della pubblica amministrazione ci si riempia la bocca di “meritocrazia” e incentivazione a favore dei migliori e non si debba valere il medesimo criterio per le imprese. Alla luce di questa ovvia osservazione, bisognerebbe finalmente ammettere che il Italia il tasso di liberismo, l’entità della concorrenza sono estremamente modesti e questo ha una enorme e negativa influenza nel determinare un livello di prezzi di prodotti e servizi ben più alto di quanto sarebbe possibile e desiderabile.

Agire in direzione della concorrenza e del mercato, vuol, dire smontare radicalmente la montagna immensa delle rendite di posizione delle caste, degli ordini professionali, dei semi-monopoli, degli oligopoli, dei cartelli di imprese, incidere sul mercato delle aziende municipalizzate, sul mercato delle utilities, sui meccanismi che consentono alla bancassicurazione di avere i prezzi iù alti d’Europa senza che questo corrisponda a miglior servizio né a maggior trasparenza. Ed in tempi di inflazione, in tempi che si prospettano duri, in un contesto nel quale il reddito fisso soffre, ottenere per questa via riduzioni nel sistema dei prezzi, come è ampiamente possibile, sarebbe grasso che cola.

Eppure neppure tanto sotterranee si alzano voci che chiedono protezione, riparo dalla competizione, fenomeno che la crisi tende ad accentuare e purtroppo queste voci giungono ad orecchie ben attente e liete ad accogliere quelle richieste che se fanno del bene a chi la voce alza, fanno male al paese.

E’ un passaggio culturale, un sacrificio da chiedere anche ai propri elettori nell’interesse del paese. E questo compito sarebbe facilitato da un governo che dispone di ampia maggioranza. Se però analizziamo lo stato di fatto, le cose si complicano per le posizioni della lega che coincidono con quelle del ministro dell’economia artefice di una finanziaria che molti hanno pesantissimamente criticato in quanto del tutto priva di necessari, immediati e robusti provvedimenti anticongiunturali.

E’ certo che la crisi determierà dei cambiamenti che non so prevedere e credo che nessun altro ne sia capace; temo moltissimo che gli aspetti psicologici e culturali di questa tempesta tendano ad avere un percorso che se correrà lungo le strade del protezionismo, della chiusura, presentano rischi di riduzione degli spazi di democrazia cosa che non serve se non a pochi eletti ed in Italia men che meno.

Per quel che vale, la politica economica di questo governo non riesco a comprenderla nelle sue finalità: ad una finanziaria che non mi piace per mille motivi, si è affiancato ad esempio un decreto per fronteggiare la crisi che presenta importanti aspetti secondo me positivi che sono del tipo che ho prima auspicato. Chiarire cosa intenda il governo, il ministro parlando di Economia sociale di mercato, sarebbe interessante e consentirebbe di sapere in che direzione stiamo andando da un punto di vista economico. E troppi aspetti rimangono incerti: uno per tutti il mezzogiorno del paese.

Da un punto di vista politico invece la comprensione è palese e completa e prefigura una direzione che non potrò mai né apprezzare né tanto meno condividere.

Lascia una Risposta

XHTML: Puoi usare questi tag: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <pre> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>