Per favore! Guardiamo al futuro
Pubblicato da nonallineato su Gennaio 8, 2009
Il blog Jambo Africa è la finestra panoramica sull’Africa che ci offre la cara marianna, contiene il post IL SUDAFRICA E LA CRISI ENERGETICA da cui traggo spunto per una riflessione di carattere generale.
Il post ci informa che la ESKOM, società energetica del Sud Africa, farà importanti investimenti in energie rinnovabili e che il Governo sta per lanciare un programma di risparmio energetico per l’industria.
Jeremy Rifkin è l’intellettuale americano il quale studia i trends, le evoluzioni future della società e dei sistemi economici e sociali. E’ un anticonvenzionale privo di inibizioni rispetto ad opinioni originalio, se volete, provocatorie mai banali e solitamente centrate sul cuore delle questioni. Mi piace ricordare che Rifkin è stato docente alla Wharton School’s Executive Education e Wharton, patria dell’econometria è la scuola che, da giovane, (ma anche adesso) mi sarebbe piaciuto frequentare.
Su l’Espresso, da Ottobre a Dicembre 2009 Rifkin ha pubblicato due articoli: Senza frontiere e Arriva la rivoluzione . ù
In entrambi i testi, Rifkin parla di nuova rivoluzione industriale. Analizzando la crisi finanziaria ed economica che imperversa sul pianeta, Rifkin sostiene che essa sancisce la fine della precedente rivoluzione industriale, quella nata ed alimentata dal petrolio e dalle energie fossili. Ma intravede anche i segni di una nuova ribvoluzione che trae origine dalla crisi ambientale che sta vivendo il pianeta, accelerata dalla mancata attenzione al problema che i paesi industrializzati e di nuova industrializzazione riservano alla questione emissioni. Addirittura lo studioso si spinge a sostenere che per ragioni sociali e culturali, l’Europa ai fini di questa rivoluzione sarebbe in vantaggio sugli USA e sarebbe anzi titolata, avendone i numeri e le qualità ad essere la capofila planetaria di questa nuova era. Kyoto in definitiva è stata patrocinata dall’Europa, europei sono i paesi che più rigorosamente hanno seguito il protocollo di Kyoto trasformando dei costi in opportunità. Capofila è la Germania.
La nuova rivoluzione industriale ha per fondamento la sostenibilità in amplissimo senso, inclusa quella ambientale. Non più petrolio, oramai in via di esaurimento, ma energie rinnovabili ed idrogeno. Credo siano evidenti le implicazioni di cambiamento radicale nn solo nelle economie ma anche nelle società e negli stili di vita e di consumo.
Lo scenario, dice Rifkin, imporrà che governi e pubbliche istituzioni, sistema industriale e società civile tutti insieme definiscano percorsi e procedure per avviare la transizione verso la nuova rivoluzione industriale.
Quello che mi preme rilevare è che si sta diffondendo un approccio per il futuro che non potrà non tener conto della crisi attuale ma tenta anche di guardare oltre l’orizzonte limitato dell’immediato o delle pezze per evitare i guai troppo duri della crisi. L’umanità ha una lunga storia ma ha il dovere di autotutela di garantire il futuro ai suoi figli. La prospettiva dunque, il lungo termine è l’orizzonte temporale corretto nel quale è indispensabile operare. E l’altro aspetto della questione è il cambiamento profondo reso necessario dalla fine dell’economia del petrolio. La questione non è se con il petrolio si andrà avanti per 5 anni ancora o 50. Fra 5 o 50 anni comunque finirà. E nel frattempo, il clima, qualunque ne sia la causa sta cambiando e non è possibile non tenerne conto. e di certo l’ambiente si sta deteriorando a ritmi accelerati.
Occorre prendere atto che questa prospettiva è tanto reale quanto pressante e c’è chi ha cominciato a preoccuparsene. Il 24 Ottobre 2008 a Washington si è tenuta la Tavola Rotonda sulla Terza Rivoluzione Industriale cui hanno partecipato 70 capi di società di tutto il mondo impegnate in settori connessi all’ecologia ed all’ambientalismo: energia, costruzioni. E, nota Rifkin hanno partecipato anche molte grandi cooperative da tutto il mondo attribuendo alle cooperative l’importante ruolo di essere sì entità economiche ma assai vicine alla società civile.
In questa ottica va considerato il piano europeo 20-20-20 . E l’atteggiamento italiano verso il piano è, purtroppo, il segno non solo di retrivirà culturale, ma anche della incapacità a coltivare una prospettiva per il futuro. Con il che si decide il destino del paese relegato ad ruolo sempre più marginalizzato: mentre gli altri paesi seguono sia pure pian piano la nuova frontiera, noi ci ritroveremo a bordeggiare in confini angusti e penalizzanti.
Al di là di tendenze delineate da Rifkin ed al di là delle linee di previsione che questi indica, il futuro che ci attende è certamente stretto tra i confini della limitatezza del petrolio e dai mutamenti climatici ed ambientali in peggioramento. Credo che questo sia un punto fermo. Se questo è vero, e non vedo chi possa in buona fede contestarlo, non tenerne conto è semplicemente ignoranza irresponsabile e vista scioccamente miope.
Si dirà che in Italia la situazione non consente che il sistema industriale si addossi i costi che comunque il 20-20-20 prevede. Nessuno può ignorare le difficoltà ma non cominciare ad investire oggi, a preparare anche culturalmente il paese al cambiamento vuol dire obbligarlo a pagare molto di più domani in termini economici e sociali. Sarebbe continuare come si è fatto fino ad oggi, rendendo questo paese senza speranza nel futuro, senza fiducia in se stesso, chiuso,mentalmente e materialmente entro i limiti della gretta egoistica convenienza di pochissimi a danno di tutti e soprattutto dei giovani.